Scuola e Plusdotazione
- Susana de Sousa Tavares

- 5 hours ago
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Lettera indirizzata a professori, psicologi e genitori,
Cari docenti, cari professionisti,
Per chi non mi conosce, sono la madre di Santiago Mancini, un ragazzo brillante e pieno di talenti e sogni, che purtroppo si è tolto la vita a Lugano, a 19 anni, nel 2025, durante l’ultimo anno di liceo, in una crisi acuta di ansia, disperazione e smarrimento.
Mi permetto di inviare questo scritto a vari docenti (e alcuni altri professionisti) in Ticino e in Italia, perché ritengo sia mia responsabilità richiamare l’attenzione su questo tema e fare quanto possibile affinché altri genitori non debbano vivere l’incubo che ho vissuto io. Dopo la mia tragica esperienza, mi sento responsabile per contribuire a una maggiore consapevolezza, a beneficio dei ragazzi che, come adulti e come società, abbiamo il compito di curare, accompagnare e preparare alla vita (più che al mercato del lavoro).
Qualsiasi professionista che lavori con bambini o adolescenti e ami il proprio lavoro dovrebbe avere interesse a leggere quello che qui scrivo, seppur lungo. È importante farlo fino alla fine, anche il contenuto degli allegati, se si vuole capire al meglio la situazione per poter aiutare altri ragazzi in futuro.
Questo scritto non è un’accusa a nessun individuo o istituto in particolare. Il mio punto non è il singolo docente, il singolo direttore, il singolo psicologo, il singolo istituto, il singolo politico, ma il sistema, le nuove generazioni che portano il futuro, e un miglioramento della società.
Dopo un anno e mezzo di profondo dolore e di alcune ricerche, ho trovato tutte le informazioni di cui avevo bisogno per approfondire e comprovare la mia convinzione che Santiago era un ragazzo plusdotato e altamente sensibile.
E mi chiedo:
E’ accettabile che nella loro formazione ai docenti non vengano trasmesse abbastanza conoscenze per poter sospettare di una possibile plusdotazione e su come reagiscono spesso i ragazzi plusdotati in contesti di scuola rigidi e standardizzati?
È possibile che le università di psicologia non insegnino i tratti della plusdotazione e dell’alta sensibilità e le loro ripercussioni sulla vita delle persone?
La plusdotazione e l'alta sensibilità di Santiago erano abbastanza evidenti, i tratti in lui erano marcati, anche se non apparteneva alla principale tipologia di ragazzi plusdotati (v. studio allegato).
Rientrava praticamente al 100% nelle definizioni generali di questi tratti di personalità, e sarebbe bastato che una persona un po’ informata avesse conosciuto il suo modo di ragionare e concepire il mondo e la vita, e/o mi avesse posto alcune domande sulla sua infanzia per capire in poco tempo che era così e averci aiutato a gestire la difficile situazione. Già il fatto che un alunno alle scuole medie abbia voti elevati e, al contempo, una condotta irriverente e ribelle dovrebbe far sorgere degli interrogativi. Ma questa conoscenza e sensibilità mi sembra siano ancora da sviluppare fra noi adulti, in generale, almeno in Ticino e in Italia.
Gli esami formali dell’alto potenziale cognitivo (APC) o plusdotazione devono naturalmente essere effettuati da professionisti adeguatamente formati, ma la possibile plusdotazione può essere riconosciuta o sospettata da chiunque abbia una minima conoscenza del tema e osservi per un certo periodo il modo di ragionare e di comportarsi del ragazzo/a e/o sappia porre, con ascolto e apertura, le domande giuste alla famiglia, ad esempio:
Quali sono le particolarità che ricorda dell’infanzia di Santiago?
A quanti anni ha iniziato a leggere e come è successo?
Che interessi aveva Santiago da piccolo?
Come era il ritmo/caratteristiche di sonno di Santiago?
Come sono stati i primi mesi della scuola elementare?
Di che cosa si lamenta sulla scuola?
In ogni momento, ognuno di noi fa del proprio meglio, con la consapevolezza, la conoscenza e gli strumenti che ha (come potrebbe essere altrimenti?). Ma è anche nostra responsabilità non dimenticare, non ignorare, non rimandare e riflettere su come migliorare. Se non capiamo cosa è successo non possiamo prendere consapevolezza e attivare le misure giuste per non commettere gli stessi errori. Errare è umano e capita a tutti, ma non imparare dai propri errori - lo dico in primis a me stessa - è una scelta e implica responsabilità.
Questa consapevolezza, arrivata purtroppo per noi troppo tardi, mi permette oggi di comprendere ancora meglio ciò che Santiago ha vissuto, quanto ha sofferto e, soprattutto, perché. Spero che, approfondendo questi temi, voi possiate in futuro contribuire, nel lavoro importante che svolgete, a fare in modo che qualcosa di simile non accada a nessun altro ragazzo/a. Io personalmente, ad oggi, non lavoro direttamente con adolescenti.
Il DECS (Dipartimento Ticinese dell'Educazione) afferma che (Direttive del 2022):
"La scuola, per il tramite dei suoi operatori scolastici e referenti istituzionali (direzioni, capigruppo di sostegno pedagogico, ispettori scolastici), assume la responsabilità, a dipendenza delle situazioni e nei rispettivi ruoli, di osservare l’adattamento e il profilo dinamico funzionale del singolo allievo nel contesto scolastico.”
"Le peculiari caratteristiche del funzionamento APC possono emergere in contesto scolastico, come in altri contesti di vita, e vengono descritte a livello psicometrico mediante somministrazione di test riconosciuti e standardizzati (scale Wechsler). Tale valutazione può essere eseguita dal Servizio di sostegno pedagogico della scuola o da servizi esterni abilitati.”
Ma sono proprio i docenti, che quotidianamente sono a contatto con gli allievi - non i direttori o il capogruppo dei servizi di sostegno pedagogico - a poter cogliere per primo eventuali segnali. Come afferma un’esperta italiana in plusdotazione (v. doc. allegato): «Per gli insegnanti la formazione sull’argomento è imprescindibile.»
Non è lo scopo principale di questa email descrivere Santiago (piuttosto le caratteristiche dell’alta sensibilità e, principalmente, della plusdotazione che trovate nei file allegati, con informazioni molto importanti provenienti da professionisti), ma comprendere il tragitto di Santiago può apportare luce e contribuire a migliorare il sistema.
Anche se Santiago era unico e la combinazione di plusdotazione e alta sensibilità non è tanto comune, comprendere Santiago e ciò che è successo permette di essere più attenti in futuro con ragazzi che potrebbero manifestare caratteristiche simili. Il mondo ha bisogno di più persone come Santiago, non di meno.
Da madre, posso confermare che lui è sempre stato molto precoce in tutto, con una perspicacia e acutezza mentale straordinarie, incredibilmente curioso, sveglio, vivace, visionario, empatico, gentile, con uno spirito critico impressionante e molto precoce, una profonda voglia e gioia di vivere e di esplorare il mondo e, da adolescente, pieno di sogni e progetti per il suo futuro come non succede a tanti ragazzi della sua età. Sono madre anche di una ragazza, sveglia e determinata, ma non plusdotata e molto diversa dal fratello.
Tra le tante caratteristiche e gli episodi sorprendenti e peculiari di Santiago, alcuni sono:
Ha cominciato a camminare a 10 mesi;
Ha imparato a leggere da solo a 5 anni;
Era conosciuto per i suoi occhi e sguardo profondo, aveva da sempre un’immensa curiosità per la vita e per imparare, mi faceva domande sulle stelle e sul cosmo prima ancora di iniziare la scuola;
Già da piccolissimo si fermava a lungo ad osservare, assorto, i quadri nei musei;
Fino ai 13 anni leggeva tantissimi libri nel giro di pochissimi giorni, sia in italiano che in portoghese;
A 14 anni mi ha presentato un suo modello per risolvere i problemi del sistema sanitario;
Vedeva le inconsistenze e le assurdità del sistema sociale e scolastico già a 14-15 anni;
A 15 anni aveva il progetto di fondare una comunità diversa, basata su valori che faticava a trovare nella società odierna, dove i soldi e la produttività non fossero più importanti degli aspetti umani, dell’amore e della fratellanza;
A 15 anni già si faceva domande filosofiche sulla vita e a 16 non vedeva l’ora di avere filosofia a scuola (credendo che si sarebbe proprio “fatta filosofia”, non studiato la storia della filosofia) - la pubblicazione di alcuni dei suoi scritti sul diario (spero a breve) dovrebbe far capire meglio il suo talento;
A 16/17 anni era già molto interessato alla politica e non vedeva l’ora di poter votare;
A 18 anni, nell’ambito di un mio progetto personale di architettura, mi ha disegnato delle scale a chiocciola con misure perfette, facendo praticamente tutti i calcoli a mente in un tempo record;
Aveva una creatività impressionante in cucina senza aver mai seguito nessun corso;
Tirava fuori alcune parole in portoghese che non riuscivo a capire come conoscesse o ricordasse, imparando la lingua solo da me, in modo colloquiale;
Era buono, gentile e affidabile, aveva un’empatia fuori dal comune, un enorme senso di giustizia, una preoccupazione sociale smisurata per la sua età ed era sempre pronto ad aiutare gli altri;
Era bravissimo a disegnare;
Spiegava la matematica a sua sorella in un modo che mi lasciava a bocca aperta; infatti possedeva capacità di ragionamento logico-matematico che superavano fortemente quelle che ho sviluppato io in 50 anni di vita, con una laurea di cinque anni in economia e ancora più anni di esperienza professionale lavorando con consigli di amministrazione di grosse aziende.
Era poliedrico, eccelleva in tanti campi diversi, era ricco di interessi e sfaccettature diverse, difficile da racchiudere in una sola definizione.
Era un animatore scout molto amato dai più piccoli, un ragazzo con una sensibilità sociale incredibile e mille doti e interessi: dall’impressionante cucina creativa alle culture indigene, dalla politica all’astronomia, dalla matematica e dalla fisica alla musica nelle sue diverse forme e tipologie, dal giardinaggio e coltivazione di piante alla vela e all’arrampicata - nella quale eccelleva già da molto piccolo, dalla politica e dalla sociologia all’antropologia. E, come rivelano anche i suoi scritti, era già a 15/16 anni un grande filosofo, un profondo pensatore, un grande visionario, amante della vita semplice e della natura.
Era anche un ragazzo che, per via della plusdotazione e dell’alta sensibilità, viveva tutto più intensamente: non solo le gioie, ma anche l’ansia e la tristezza. Si impegnava solo in ciò che lo interessava davvero (e aveva tanti interessi), aveva bisogno da sempre di dormire di più (per elaborare i tanti stimoli e pensieri vissuti durante il giorno), aveva difficoltà ad addormentarsi e aveva un risveglio lento, faceva molta fatica a stare in spazi chiusi e affollati, viveva più ansia della media nei momenti di giudizio e si annoiava in contesti poco stimolanti.
Santiago considerava il sistema scolastico sbagliato, noioso e demotivante. Riteneva, come scrive nel suo diario, che "la scuola non misura la reale intelligenza dell’individuo", considerava abbastanza privo di senso lo studio mnemonico di nozioni e fatti, così come l’idea di dover tornare a casa a fine giornata per fare ancora compiti e a studiare (o ripetere quello che era stato insegnato a scuola), spesso su argomenti che riteneva insegnati in modo poco stimolante, sottraendogli tempo per fare ciò di cui sentiva il bisogno e ciò che realmente lo appassionava (come meditare/riflettere sulla vita e sulla società, leggere libri da lui scelti, riposare, cucinare e, socializzare), come mi ha riferito alla fine del secondo anno di liceo, “la scuola mi toglie la libertà e soffoca la mia creatività” (creatività = a: trovare idee originali e soluzioni non convenzionali; vedere collegamenti tra cose apparentemente lontane, immaginare possibilità diverse da quelle abituali; affrontare un problema da prospettive nuove; creare qualcosa di nuovo, non limitandosi a ripetere ciò che si ha imparato).
Trovava anche insensato e noioso l’insegnamento delle lingue attraverso la semplice memorizzazione di vocaboli e regole: secondo lui, le lingue si dovevano imparare viaggiando e vivendole. Molto spesso mi chiedeva di parlare con lui in inglese e, negli ultimi giorni di vita, una volta l’ho trovato sul divano, dopo scuola, a studiare arabo con il cellulare.
Al liceo riteneva inoltre frustrante e ingiusto che alcuni insegnanti imponessero il rispetto senza cercare di conquistarlo, a volte senza meritarlo, e che non lo rispettassero a loro volta, per quello che era, senza valorizzare le sue doti e i suoi talenti. In adolescenza, quando gli adulti di riferimento deludono, è naturale che i ragazzi perdano rispetto nei loro confronti, soprattutto quando si tratta di ragazzi plusdotati.
So che in qualche occasione ha litigato con alcuni docenti al liceo, per i suoi arrivi in ritardo, situazioni per le quali forse, non comprendendolo, è stato poi punito in qualche modo. Una volta consegnò addirittura una verifica di geografia in bianco e, quando gli chiesi perché, mi rispose semplicemente: «Non capisco cosa vuole, quelle domande non hanno senso», era triste, deluso e frustrato.
Trovava assurdo che nelle verifiche dovesse riportare l’interpretazione che il docente aveva dei testi o dei temi, soprattutto in italiano, anziché la sua, e soffriva molto per i voti bassi in questa materia, dovuti anche alle assenze alle prime ore del mattino (nota: sarebbe importante approfondire anche il tema delle lezioni alle 8:00 del mattino quando ci sono tanti studi scientifici che costatano il cambiamento dei ritmi circadiani nell’adolescenza e prove fatte all’estero con successo, dimostrando che rimandare l’inizio delle lezioni ha effetti positivi sia nel miglioramento del profitto scolastico che, principalmente, nella riduzione delle assenze e della salute generale degli adolescenti).
Ho visto Santiago impegnarsi in alcuni compiti e lavori individuali scolastici, quando si sentiva motivato, ma in 19 anni non l’ho mai visto studiare per una verifica. Eppure non è mai stato bocciato e non ha mai avuto bisogno di sostegno scolastico e livello didattico. Per lui era importante esprimere le sue idee e sentire i suoi talenti e doti riconosciuti, non erano importanti i voti, che riteneva valutassero competenze meno importanti.
Come dicono alcuni dei suoi amici: «Quando si stava con Santiago nessuno studiava, perché lui ci portava sempre a discutere di idee sul mondo e sulla vita e a vedere le cose da nuove prospettive», oppure: «A nessuno piace la scuola, ma a Santiago meno di tutti».
Come madre, è stato difficilissimo per me gestire gli anni del liceo e vedere mio figlio a testa bassa e demotivato ogni giorno quando andava a scuola, a partire dal secondo semestre del primo anno. Cercavo di fargli capire come funzionavano le cose, ma come potevo non dargli ragione? E con chi avrei dovuto confrontarmi in una situazione del genere? Non sapevo, non ero abbastanza informata. E non ho trovato uno spazio di comprensione né nella scuola né nella psicologa che lo seguiva; non conoscevo abbastanza alternative valide per un ragazzo che sapevo essere “speciale” o diverso dalla maggioranza dagli altri, ma che allora non sono arrivata a capire che era, formalmente, “plusdotato" e che per questi ragazzi ci dovrebbe essere un programma di studi diverso.
Ho mancato nel non essermi informata prima sul tema della plusdotazione (una parola che non mi era familiare prima di qualche mese fa). Noi genitori non abbiamo nessun tipo di formazione o conoscenze specifiche sulle neurodivergenze o tratti caratteriali specifici, ed è qui che i docenti (prima ancora che gli psicologi, ai quali uno si rivolge magari solo più tardi dopo che si manifestano situazioni più profonde di disagio) possono avere un ruolo importantissimo.
Finché ha frequentato la scuola Steiner, fino ai 12/13 anni, il programma e il metodo di insegnamento - che ritengo geniali - lo hanno stimolato abbastanza e, soprattutto, entusiasmato. Già dal quinto anno, però, a 11 anni ha iniziato a dare segnali di avere bisogno di maggiori stimoli intellettuali.
Lì il rapporto tra le famiglie e il docente di classe è molto stretto e Santiago aveva un insegnante di classe molto aperto e bravo: era quindi facile dialogare con l’insegnante e trovare insieme modi per stimolare maggiormente Santiago come, ad esempio, accompagnare alcuni compagni in certe materie o farlo insegnare la matematica alla lavagna. Santiago riteneva che il maestro non la insegnasse bene, perché aveva una visione della matematica diversa: Santiago vedeva proprio la matematica, non solo le formule sul quaderno. E quando la spiegava lui, gli altri capivano. Ma anche l’insegnante alla Steiner non aveva una formazione o conoscenze particolari sulla plusdotazione e non abbiamo dato nessuna “etichetta" a Santiago.
E’ restato alla scuola Steiner ancora fino alla fine del sesto anno ma voleva una nuova sfida, si sentiva diverso degli altri compagni, continuava ogni tanto a lamentarsi dell’insegnante, e abbiamo provato a cambiare. Con l’inizio della scuola media pubblica, a 13 anni, i segnali hanno cominciato gradualmente a intensificarsi: notava con grande sorpresa i difetti e le lacune dei docenti, ha perso gran parte della gioia di andare a scuola e di impegnarsi, ha cominciato a mancare di rispetto ad alcuni docenti e a disturbare in classe, fino ad arrivare a un 4 in condotta, in modo simile al ragazzo plusdotato di Vicenza che è stato bocciato nel 2025. Non arrivava al punto di mancare a scuola, la socializzazione era per lui molto importante, e i voti comunque erano sempre relativamente alti per un ragazzo che non studia niente a casa. Lui era molto sveglio e coglieva tanto comunque durante le lezioni.
Il direttore dell’istituto aveva rifiutato la mia richiesta di inserire Santiago in una classe dove conosceva già un paio di ragazzi, per facilitare il suo inserimento (venendo da 9 anni in una scuola diversa). Dando più importanza ai numeri, lo ha messo nella classe con meno studenti dove non conosceva nessuno, rendendogli la vita sociale ancora più difficile. Sarebbe forse opportuno creare le condizioni affinché un direttore scolastico, prima di decidere in quale classe inserire un ragazzo che arriva a percorso già iniziato, si prendesse il tempo necessario per conoscere il nuovo studente e ascoltare i suoi genitori.
Santiago è cresciuto praticamente senza videogiochi, allora non aveva ancora il cellulare, non seguiva il calcio, si sentiva diverso per il suo pensiero precoce ed elaborato, perché vedeva cose che gli altri non vedevano, era un po’ insicuro, fare amicizie non era facile. Disturbare in classe o fare il pagliaccio ogni tanto era anche un suo modo per inserirsi fra nuovi compagni e, dai contatti che ho avuto con i docenti, non credo che qualche docente ci abbia pensato o capito.
Ci sono psicologi nelle scuole e docenti di sostegno pedagogico, ma di solito sono per ragazzi con problemi e difficoltà diverse e allora non vedevamo che per un problema di condotta dovessimo rivolgerci a loro. Ho suggerito a Santiago una volta di andare dallo psicologo scolastico, perché si lamentava troppo dei docenti, ma mi ha detto che preferiva che parlassimo a casa in famiglia.
Credo che aspettavo che fosse la scuola a suggerirmi il sostegno pedagogico, se sospettavano che Santiago ne aveva bisogno. Chi sa se i docenti di sostegno pedagogico avrebbero sospettato di plusdotazione? Forse, non lo so, sono piuttosto abituati ad altri tipi di ragazzi e a difendere il sistema così com’è. In ogni caso non sentivo il bisogno di chiedere sostegno pedagogico per Santiago perché a livello didattico era molto bravo e non sospettavo che fosse così plusdotato e, principalmente, che ci fossero delle direttive diverse per questi casi.
Davo per scontato che fosse la scuola a segnalarci qualcosa, ma gli unici contatti che ho ricevuto da parte dei docenti della scuola media sono stati per rimproverare Santiago per la sua condotta: mai nessuno mi ha contattato per parlare con me delle caratteristiche, problematiche, o talenti, o per dimostrare di riconoscere le sue doti. Un’insegnante di italiano mi ha addirittura chiamata per un evento comportamentale, e mi è rimasta impressa questa frase: «Ma Santiago è un alunno da 5,5, non può comportarsi così!». Non ricordo cosa avevano combinato i ragazzi ma questa frase dice molto e rivela, a mio avviso, anche una certa ignoranza dal punto di vista pedagogico: l’allievo viene ridotto a un numero e sembra inconcepibile che buoni risultati scolastici possano coesistere con una condotta fuori dagli schemi. E qualche docente si è mai chiesto cosa c’era dietro alla condotta irriverente di Santiago?…
Ho proposto a Santiago di tornare alla scuola Waldorf di Origlio ma allora non voleva tornare indietro, ha accettato di rifare una prova alla scuola Steiner solo in seconda liceo, dopo altri anni ancora più difficili.
L’inizio del liceo ha solo peggiorato il suo disagio, anche se la condotta è migliorata con l'età. Dopo essere stato umiliato e deriso da un’insegnante (che ha detto che le sue idee erano delle “fesserie”), a 16 anni, in seguito alla consegna di una verifica di italiano, ha cominciato ad un tratto a perdere gli autobus per andare a scuola, segnalando un conflitto dentro di sé che ho fatto fatica a capire. Era l’inizio di una profonda lotta interiore, di un enorme conflitto e di un grande disagio che Santiago non riusciva a esprimere a parole.
Sono iniziati allora i forti disturbi gastrointestinali, che lo hanno accompagnato fino alla fine della sua vita: dapprima episodi sporadici di vomito (che il pediatra ha attribuito ad una possibile emicrania, senza fare degli esami, ma che io credo che non fosse, poi sono passati quegli episodi) e, in seguito, costanti disturbi intestinali. Abbiamo fatto numerosi esami, ma nessuno dei tre medici che abbiamo consultato, incredibilmente, ci ha mai parlato di una possibile correlazione tra disagio scolastico e disturbi gastrointestinali. E, nonostante negli ultimi anni fossi ormai convinta che le due cose fossero collegate, nessuno ci ha dato abbastanza ascolto: né il pediatra, né la psicologa, né poi il medico di famiglia, anzi, semmai dicevano solo “se sta male che prenda qualche pillola e vada comunque a scuola, è un obbligo, deve essere responsabile”. Mi sono sentita anche io incompresa e sola.
Santiago ha cambiato liceo al secondo anno, sperando di trovare un ambiente più umano, ma il cambio non è bastato: la sua motivazione è continuata a diminuire e le assenze cominciarono ad aumentare. Era così sveglio da capire che doveva andarsene da Lugano, e me lo ha detto a metà anno scolastico. Aveva 17 anni.
Abbiamo cercato diverse scuole Waldorf in Italia, senza trovare un’opzione adatta (ci sono pochi licei Steineriani e quei pochi più vicini erano al completo). Mi sembrava l’opzione migliore per lui, visto che il metodo è molto meno standardizzato, più individualizzato, mettendo al centro i bisogni, talenti e doti di ogni ragazzo, e li accompagna tanto con l'arte, che è fondamentale per sentirsi liberi ed esprimere emozioni.
La prova alla scuola Steiner di Origlio, a metà del secondo anno di liceo, è stata per lui deludente, la classe era piccola quell'anno mentre lui sentiva un grande bisogno di sfere sociali più ampie, nuovi orizzonti, e i docenti gli sono sembrati uguali a quelli della scuola pubblica. Con tristezza ha detto che non valeva la pena pagare la retta, che sapeva avrebbe richiesto un sacrificio economico da parte nostra. Ha deciso di restare al liceo dov’era, anche se sempre meno motivato. Il canto e le lezioni di chitarra con un bravo insegnante forse lo hanno salvato quell’anno.
Verso la fine del secondo anno di liceo Santiago mi ha anche chiesto di cominciare ad andare da uno psicologo e si è informato su altre scuole (arti e mestieri, scuola di commercio, CSIA), ma non erano adatte a un ragazzo appassionato di vita, conoscenze, società, e, soprattutto, di filosofia e antropologia, e poi doveva probabilmente perdere un anno con un eventuale cambio.
Ho anche provato a fargli fare un programma di scambio internazionale, ma mi è stato riferito che tre mesi non sono previsti dal Cantone (purtroppo) e un anno è previsto solo per chi ha un profitto molto alto, quindi di fatto accessibile a chi è più omologato e adattato a un sistema di studio basato sull’intensità, la memorizzazione e la ripetizione, e che quindi forse sente meno il bisogno di uscire, viaggiare e fare esperienze come Santiago. Nessuno mi ha mai chiesto perché Santiago manifestasse questo bisogno. Anche i tentativi di scambio sono falliti. Scambi che sono un’esperienza di vita importante, più che una esperienza linguistica, e che sarebbe bello potessero fare tutti gli studenti in seconda o terza liceo, per almeno 3 mesi…
Al terzo anno, ancora una volta, mi ha detto (sempre a gennaio) che doveva andarsene: Lugano era troppo piccola per lui e la scuola un incubo che lo soffocava, dove si annoiava e sentiva di non imparare quasi nulla di importante. Voleva abbandonare la scuola, ci ha provato… Non aveva un profilo di obbedienza e di conformismo a un sistema rigido e omologante che non era per lui, che non gli piaceva, a lezioni frontali ripetitive e poco coinvolgenti, la maggioranza degli insegnanti lo deludevano e non era per lui lo studio mnemonico a casa al rientro dalla scuola… Aveva mille pensieri, interessi e cose a cui voleva dedicarsi, oltre al bisogno profondo di rilassarsi per riuscire a elaborare tutti gli stimoli che un ragazzo altamente sensibile assorbe in più rispetto alla media. Le insufficienze sono aumentate, per demotivazione e per le tante assenze, e anche lo scambio di due settimane in svizzera interna gli è stato rifiutato… Anche in terza liceo non abbiamo ricevuto nessun contatto da parte della scuola per parlare di Santiago, solo i richiami nelle pagelle alla mancanza di studio a casa, alla puntualità, alla maggior presenza e attenzione in classe: pressione per conformarsi, obbedire, sottomettersi.
Abbiamo provato subito a cercare alcune alternative in Italia per l’ultimo anno di liceo, ma anche queste, purtroppo, sono fallite per rigide questioni burocratiche. Doveva perdere un anno e fare tanti esami di parificazione, mentre lui voleva finire il liceo appena possibile, non abbiamo considerato di farlo “perdere” un anno.
Non sono arrivata a cercare alternative in altri Paesi per motivi economici, perché il suo livello di disagio non era facilmente riconoscibile (nascondeva e somatizzava molto), e perché andava dalla psicologa e lei non ci ha messo in allerta sul livello del suo disagio, anche se la lettera di saluto che Santiago mi ha lasciato l’ha scritta a novembre del terzo anno di liceo. Cosa esattamente lo ha salvato quell'anno non sappiamo ma certamente i nostri sforzi per aiutarlo e tutto quello che facevamo per lui, la bella infanzia che ha avuto, la sua enorme forza e il sogno di andare in America Latina sono state forze positive.
La sera a cena, durante i fine settimana e le vacanze, Santiago era un ragazzo sveglio, allegro e presente, sempre pieno di idee e progetti. Nei viaggi che abbiamo fatto nel 2024 era felice e radiante. La sua “depressione” era legata alla scuola, non era generalizzata. Ormai mancava poco alla fine del liceo e Santiago se l’era sempre cavata, abbiamo pensato che ce l’avrebbe fatta a finire.
Le scuole alternative erano difficili da trovare e l’idea che un ragazzo così intelligente potesse lasciare la scuola sembrava assurda, oltre che economicamente pesante per me tenerlo a casa. Non sapevo più cosa fare se non sperare che finisse il liceo il prima possibile e poi partisse.
Restava un anno e mezzo per concludere quello che per lui era diventato un martirio e poter finalmente partire per il viaggio sabbatico che tanto sognava. Alla fine, dopo la delusione del trasferimento alla scuola Waldorf di Firenze fallito, ho cercato di sostenerlo ed è stato promosso in quarta senza insufficienze.
Ma poi Santiago scelse un tema per la tesi di maturità pensando, ingenuamente, di poterla scrivere a partire dalle proprie idee. Questo è un aspetto fondamentale e centrale nella letteratura sulla plusdotazione: il forte bisogno di elaborare ed esprimere i propri pensieri e le proprie idee, un bisogno fisiologico per i plusdotati e per lui fortissimo. Quando gli è stato riferito che non avrebbe potuto farlo e che doveva invece confrontarsi con il pensiero altrui attraverso la lettura di diversi libri, riferendo le fonti di tutto ciò che affermava sulla LAM, perse completamente la motivazione, e me lo ha riferito con uno sguardo molto triste. Eravamo a fine settembre. Da lì iniziarono mesi di ansia, insonnia e frustrazione, che si aggiungevano a tre anni già profondamente difficili e, per lui, angoscianti.
In quegli ultimi mesi il pensiero della LAM lo inseguiva continuamente e non riusciva a staccarsi dell’ansia nemmeno durante i fine settimana, mentre prima, come scrive “i fine settimana sono per me come piccole vacanze che mi permettono di ricaricarmi di vita facendo quello che mi piace."
A questo si aggiungeva il tema stesso della tesi, che ritengo più adatto alla fine di un percorso universitario di psicologia che a un liceo: “L’effetto del rapporto con i genitori nei rapporti che si sviluppano poi in età adulta.” Un tema centrale e complessissimo in psicologia, che considero difficilissimo da affrontare per un ragazzo di 18 anni, anche se plusdotato, quando l’età adulta deve ancora iniziare. Sì, il tema lo aveva scelto lui, ma ingenuamente: voleva scrivere la tesi di testa sua, con le sue idee...
Non solo il dover scrivere una tesi basandosi sulle idee altrui lo aveva demotivato, ma si trovava anche davanti a cinque libri di Jung e Freud che non riusciva proprio a leggere. E come avrebbe potuto affrontare cinque libri di quella complessità insieme alle 35 ore settimanali di lezioni, a tutti gli interessi e attività che aveva, i compiti, le verifiche? Era praticamente impossibile per lui.
Abbandonare i suoi interessi e attività era per lui impensabile. Aveva già abbandonato l’arrampicata per via del poco tempo libero e le lezioni private di canto e chitarra, per pagarsi la patente.
Scrive sul diario “la scuola mi toglie vita mentre le piante mi fanno sentire vivo.” Negli ultimi mesi di vita piantava più di quanto riuscisse poi a seguire, in disperazione. Faceva pianoforte, suonava la chitarra, era animatore scout, insegnava italiano a rifugiati, faceva teatro, stava finendo la patente auto, era nel comitato studenti del liceo, nella radio, amava viaggiare e uscire la sera con amici il fine settimana, aiutava a casa quando poteva, scriveva, e faceva tante ricerche spontanee su temi che gli interessavano. Cose che gli davano vita e lo facevano sentire vivo. Mollarle era per lui un controsenso e pericoloso.
Santiago ce l’ha messa tutta in quarta liceo, poiché voleva finire l’anno per poi partire in viaggio, senza data di ritorno. A fine gennaio non aveva nessuna insufficienza. Anche se valutava vari corsi superiori post-liceali, l'università non lo attirava particolarmente, diceva: “Sarà come il liceo, solo studio e memorizzazione di concetti altrui.” Si stava muovendo per trovare lavoro dando ripetizioni di matematica ed aveva spedito CV per lavorare poi d’estate per avere soldi per partire in viaggio.
Spesso lo lasciavo mancare la scuola le prime 1-2 ore del mattino, nonostante non avessimo certificati medici per giustificare le assenze e la psicologa non fosse d’accordo con me. Ma mio figlio non stava bene e mi sembrava disumano obbligarlo. Il sonno è fondamentale. Nell’ultimo anno si stava impegnando di più in non mancare, sognando di finire il liceo e partire, ma si addormentava sempre molto tardi per via dell’ansia, dei pensieri creativi e del bisogno di scrivere la sera, e dunque la sveglia alle 7:00 era spesso un incubo, o proprio non la sentiva.
Per la tesi di maturità Santiago ha chiesto aiuto a me e a un’insegnante, ma qualche dritta non bastava: non riusciva a leggere nemmeno uno di quei libri, figuriamoci quattro/cinque. E io non ero in grado di aiutarlo, non ne avevo il tempo e ho pensato che la situazione si sarebbe risolta tra lui e la scuola. Per la prima volta in 19 anni mio figlio mi ha chiesto aiuto e non sono stata in grado di aiutarlo, per questione di tempo e di ignoranza sulla sua situazione… Col senno di poi ovviamente la tesi gliela avrei scritta io facendo una pausa lavorativa, o avrei pagato a qualcuno per aiutarlo… ma non ho capito il livello di disagio e di difficoltà e lui faceva fatica a chiedere di nuovo aiuto e ad esprimersi…
Il divorzio difficile dei genitori e il mio impegno lavorativo passato al 100% non hanno certo aiutato in questo suo percorso turbolento, innanzitutto perché io ero poco disponibile per lui negli ultimi mesi. Poi lui, da ragazzo precoce, voleva emanciparsi e decidere tanto da solo. Ma a 18/19 anni non si è ancora veramente adulti, e poi Santiago non aveva i fondi per mollare tutto e partire in viaggio… Altrimenti lo avrebbe sicuramente fatto. Non era libero di salvarsi, dipendeva ancora dagli adulti attorno.
L’ansia porta insonnia, l’insonnia porta altra ansia e aggrava lo stato depressivo di chiunque. Santiago si sentiva incompreso, frustrato, demotivato e deluso dal mondo degli adulti e l’insonnia (altalenante ma cronica negli ultimi due anni, durante le settimane scolastiche) disturbava il suo equilibrio psico-fisico. Dopo che in più persone lo hanno convinto che non sarebbe riuscito o che non doveva fare l’anno sabbatico come se lo ideava (questo 2/3 settimane prima della sua morte), ha perso le ultime forze che aveva per cercare aiuto e concludere la tesi.
Nell’ultima seduta Santiago parlò con la psicologa sul peggioramento dell’insonnia (lo ha riferito lei stessa) ma lei non ha fatto altro che suggerirgli di andare dallo psichiatra e di prendere degli psicofarmaci, mentre sapeva bene che Santiago non voleva prenderli. Infatti lui diceva: “ma io non sono ammalato, perché dovrei prendere delle droghe sedative?”.
Era un momento importantissimo in cui la psicologa avrebbe dovuto contattarci subito e invece niente... L’aumento dell’insonnia dopo 2-3 anni di insonnia è pericoloso e Santiago le permetteva di confrontarsi con i genitori, la sentivamo e la trovavamo ogni tanto, ma la sua posizione è sempre rimasta quella di omologare Santiago al sistema standardizzato e di imporgli un comportamento “più responsabile” di studio e presenza a scuola, nonostante il suo evidente disagio. Diceva che il suo problema era irresponsabilità ma questo non corrispondeva per niente a quello che Santiago era stato alla scuola Steiner (sempre impegnato in tutte le materie ed entusiasta) e a quello che era in tutti gli altri ambienti di vita (casa, famiglia, scouts, chitarra, teatro, radio…).
E’ finito per arrendersi e abbandonare il sogno dell’America Latina a inizio febbraio, per mia grande sorpresa e senza dare spiegazioni, in gran parte convinto dalla psicologa secondo la quale non andava bene la sua idea di non sapere se sarebbe tornato…. Lei ci aveva detto a dicembre che dovevamo convincere Santiago a non fare l’anno sabbatico. Ma lui avrebbe avuto 20 anni e quello era il suo sogno da 2 anni… di nuovo mi sono trovata in discordanza con lei ma ho taciuto.
Sarebbe bastato dirgli a inizio febbraio: “Sei troppo carico Santiago. Il tema della tesi è troppo difficile e hai tanti impegni. Prenditi qualche settimana di pausa dalla scuola, concentrati sulla LAM, cura il tuo sonno.” Invece, il mondo intorno a lui continuava a dirgli: devi fare di più, devi essere più costante, più responsabile, più presente a scuola, più motivato… più, più, più, devi, devi, devi. E lui, che a casa è sempre stato obbediente e responsabile, si sentiva sotto troppa pressione e, come scrive, “invisibile".
Io mi sentivo sola in tutto questo. Avevo perso la fiducia nella psicologa nell’ultimo anno e non osavo interferire troppo con la scuola perché non sentivo abbastanza spazio di ascolto e perché lui ormai aveva 19 anni e desiderava emancipazione e autonomia. Ho sbagliato, ho pensato che se la cavava da solo...
Santiago amava viaggiare e voleva farlo, conoscere il mondo, comunità diverse, persone diverse, e trovare il suo posto, era determinato da tempo, me lo aveva detto e scritto sul suo diario. Forse lo avrebbe trovato e non sarebbe più tornato a vivere in Europa. Oppure forse, dopo tanto viaggiare, avrebbe capito che è tutto dentro di noi e dopo 1-2 anni sarebbe rientrato. Chi lo sa? Non lo sapremo mai...
Ma sono molto profondamente convinta che sarebbe diventato un grandissimo poeta, scrittore, un vero filosofo e che, con le capacità di pensiero e i talenti che aveva, non avrebbe avuto necessariamente bisogno di una laurea. Glielo avevo anche detto, "magari provi l’università per capire com’è e se non ti piace dopo molli".
Come genitori, vediamo le caratteristiche dei nostri figli, ma di regola non siamo in grado di fare diagnosi o attribuire etichette. Loro semplicemente sono così. E non abbiamo tanti punti di riferimento. Inoltre, Santiago era il primo figlio.
Conoscevo le sue caratteristiche di alta sensibilità da piccolo, ma fino a qualche mese fa non sapevo che esistesse un tratto, ampiamente studiato, chiamato "alta sensibilità”, che si mantiene lungo la vita, e quanto fosse importante sostenere questi ragazzi in modo diverso e dargli più spazio all’elaborazione degli stimoli ricevuti.
Non conosco nessuna persona con l’“etichetta” di plusdotato e non avevo idea di quanto un ragazzo plusdotato potesse vivere male un contesto scolastico standardizzato, omologante, senza un piano di studi su misura. Non conoscevo le alternative o l’esistenza di direttive specifiche per ragazzi plusdotati. Mi rendevo conto che la scuola non lo motivava perché lui era “oltre”, ma non sapevo cosa fare né quanto fosse profonda la sua sofferenza, anche perché lui faceva molta fatica a esprimere le sue emozioni.
Da quando ha lasciato la scuola Steiner, il mio rapporto con i docenti era distante, freddo o inesistente. Ho sempre trovato nella scuola pubblica, già alle medie, un muro e una mancanza di interesse da parte dei docenti nell’ascoltare i genitori, nel cercare di capire il perché della sua demotivazione, condotta e assenze. Le pagelle al liceo si concentravano soprattutto sulle assenze, sulle distrazioni in classe, sulla mancanza di studio e di costanza, e sulla scarsa motivazione di Santiago, solo molto occasionalmente venivano menzionati i suoi commenti brillanti in classe.
Sarebbe bello se una volta all’anno, sia alla scuola media che anche nelle scuole superiori, ci fosse almeno un incontro personale fra il docente di classe e ogni ragazzo+famiglia, fra esseri umani, fra educatori, al posto di comunicare unicamente attraverso le pagelle che arrivano a casa.
Non c’è mai stato un docente che mi abbia contattato per parlare di mio figlio e non ho mai percepito, da parte della scuola, una reale disponibilità a comprenderlo, né ho avuto la sensazione che qualcuno lo capisse abbastanza.
La plusdotazione non è un disturbo ma una peculiarità cognitiva. Non rende una persona superiore alle altre, ma la rende, come ogni individuo, degna di essere riconosciuta, compresa e rispettata per ciò che è e per il modo in cui è venuta al mondo.
Ho letto tempo fa un testo che sosteneva che Einstein fosse Einstein come lo conosciamo perché era plusdotato e altamente sensibile. Vedeva la realtà in un modo più ampio e profondo della generalità delle persone.
Finché riteniamo che l’eccellenza sia sinonimo di obbedienza, costanza, dedizione quasi totale allo studio, voglia di memorizzare fatti e nozioni e rendimento scolastico elevato, rischiamo di non riconoscere un elevato percentuale di ragazzi plusdotati, che non si conformano a questo modello.
Avere il miglior rendimento scolastico, seguire le regole, obbedire, comportarsi bene, stare in silenzio e sempre attento in classe, studiare tanto a casa e fare tutti i compiti sono caratteristiche del bravo studente (ero io a scuola), o di quelli che non hanno tanti interessi oltre alla scuola, ma non necessariamente del ragazzo/a plusdotato.
La plusdotazione, infatti, non coincide necessariamente con un rendimento scolastico eccellente, come confermano gli specialisti: i ragazzi plusdotati molto frequentemente si annoiano, possono disimpegnarsi, mancare di rispetto, abbandonare la scuola, mettere in discussione le regole o avere risultati abbastanza inferiori al loro potenziale.
Hanno bisogno di ascolto, riconoscenza e comprensione, di sfide diverse, compiti diversi, insegnanti entusiasti e creativi, hanno bisogno di spazio e altri modi di confronto (principalmente con adulti e altri ragazzi plusdotati), hanno bisogno di poter esprimere l’immensa creatività che hanno, la loro visione magari diversa del mondo e della vita, e di avere la possibilità di sviluppare in più autonomia i propri (di solito tanti) interessi.
Sperando di fare cosa gradita, allego alcune informazioni importanti, con le relative fonti, che aiutano a comprendere meglio questo tema così importante e cosa possono fare le scuole per aiutare questi ragazzi.
Grazie di cuore per l’attenzione e un cordiale saluto,
Susana de Sousa Tavares
ps: allegati disposibili su richiesta





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