Santiago e il suicidio giovanile
- Susana de Sousa Tavares

- 7 days ago
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Updated: 18 hours ago
La puntata di Falò dello scorso martedì è fatta bene ed è importante. Sono grata e riconoscente ai giornalisti, ci è voluta sensibilità e coraggio: https://www.rsi.ch/play/tv/falo/video/santiago-e-manuel-dietro-il-silenzio?urn=urn:rsi:video:3602217
Insiste però sul fatto che il disagio non sia visibile, il che nel caso di Santiago non è del tutto corretto.
È vero che faceva molta fatica ad esprimere le proprie emozioni e quando ci provava era molto indiretto. È anche vero che ha nascosto molto bene a noi genitori il livello di sofferenza a cui era arrivato — c’è un’immensa vergogna nell’ammettere di non voler più vivere, soprattutto considerando tutto ciò che ci vedeva fare per lui, e in particolare essendo maschio e primogenito — ma Santiago aveva una grande voglia di vivere e ha sempre cercato di salvarsi. Ha fatto sforzi inimmaginabili per tirarsi su e la somatizzazione del disagio era relativamente evidente.

I ragazzi possono sempre imparare a chiedere aiuto in altri modi, o più spesso, ma non mi sembra giusto spostare la responsabilità su di loro. Siamo noi adulti che facciamo fatica ad essere presenti e a leggere i segnali. E dobbiamo imparare a farlo meglio, a leggere fra le righe, ad essere più disponibili, ad ascoltare senza giudicare, con empatia. E a non pensare che sono cose che succedano solo agli altri, a chi non ha ricevuto abbastanza amore o ha dei problemi psicologici. Santiago era un bambino estremamente gioioso, ha avuto un'infanzia bellissima con una madre molto dedicata e non aveva nessun trauma complesso o patologie psichiche.
La separazione dei genitori quando aveva 14 anni certamente non è stata un fattore positivo nella sua biografia, ma era consapevole che e io e suo padre siamo troppo diversi per poter convivere, non è stato quello il peso principale.
Nell'adolescenza conta tanto l'amore che percepiscono dal mondo, la comprensione che ricevono, la gioia di fare quello che appassiona, che rapisce, che gli rende autentici e liberi. E Santiago aspirava proprio a questa autenticità, alla libertà di essere se stesso e di poter fare quello che più gli piaceva, uscendo da un luogo che sentiva troppo stretto per le sue idee e da un sistema (scolastico e sociale) che considerava squilibrato, superficiale, omologante e opprimente.
I giovani portano il futuro, noi il passato… E ogni generazione è diversa. Non potremo mai capirli completamente e non possiamo cadere nello sbaglio di farli essere o seguire quello che noi riteniamo giusto.
Non direi che era fragile ma piuttosto altamente sensibile, anche all'ambiente in cui viveva. Il tratto dell'alta sensibilità è reale, innato e purtroppo ancora troppo ignorato e trascurato. Un tratto che li rende diversi ma anche più ricchi e che accomuna tante delle persone che si tolgono la vita. Non una debolezza ma la capacità di sentire di più e, come nel suo caso, di vedere di più, anche le ingiustizie e le disfunzioni dei sistemi, degli adulti e della società.
Voleva vivere, era poliedrico, e aveva molti sogni e talenti. Era anche innamorato. Ha fatto tanto per tirarsi fuori dalla sofferenza ed ha chiesto aiuto, come è riuscito. È vero che orgoglio, vergogna e difficoltà a esprimere le emozioni rendono tutto più difficile, ma ci sono stati segnali abbastanza chiari. Segnali che un professionista dovrebbe riuscire a riconoscere.
Santiago aveva un tratto di alta sensibilità marcatissimo, evidente, per chi ne conosce le caratteristiche. La letteratura sul tratto dell’alta sensibilità è ormai ampiamente diffusa e riconosce a queste persone bisogni e capacità diverse della media. Sarebbe bastato ad un buon psicologo farmi 3 domande sulla sua infanzia per aver identificato questo importante tratto di Santiago. Io allora non ero al corrente e la sua psicologa non lo ha fatto. Aver identificato questa caratteristica avrebbe cambiato tutto...
Altamente sensibili si nasce. Circa 1 bambino su 5 presenta questa particolarità: percepiscono le cose in modo più profondo e intenso rispetto alla media. Sono anche per questo più empatici, svegli, creativi e potenzialmente visionari, proprio quello di cui il mondo ha più bisogno.
Le persone altamente sensibili:
Assorbono di più dalla vita (fino a 10 volte di più della media dicono alcuni) e provano le emozioni in maniera più profonda, sia negative che positive,
Hanno bisogno di più tempo per processare gli stimoli, elaborare riflessioni, prendere decisioni e svolgere compiti,
Rimuginano maggiormente sulle loro esperienze, sugli errori, su aspetti negativi di un ambiente non adatto,
Fanno fatica a rilassarsi e a non pensare, possono faticare molto a lasciarsi andare al sonno, piangere al risveglio e avere un sonno agitato,
Sono più soggette ad ansia e depressione, quando vivono in un contesto inadeguato.
Anche se a cena, nelle vacanze e fine settimana Santiago era relativamente felice (principalmente se era in viaggio o usciva con gli amici), negli ultimi due anni i segnali di disagio sono stati piuttosto evidenti, durante il periodo scolastico. INVITO TUTTI I TERAPISTI E EDUCATORI DI ADOLESCENTI A PRESTARVI GRANDE ATTENZIONE:
1) PROBLEMI GASTROINTESTINALI Per più di due anni ha avuto disturbi costanti. Inizialmente si sono verificati episodi di vomito improvviso; successivamente si lamentava di mal di testa, per poi iniziare ad avere problemi intestinali che si sono protratti nel tempo.
Visite ed esami vari non hanno evidenziato nulla di apparentemente rilevante, a parte alcuni valori del sangue un po' fuori norma, per i quali ha preso degli integratori. Eppure il mal di pancia continuava (stitichezza e dolori, alternati con diarrea) e lui lo comunicava, a noi, ai medici e alla psicologa.
Ha provato per un po’ alcune diete e negli ultimi tempi spesso evitava quasi completamente la cena per cercare di prevenire i dolori. Ansia e depressione si manifestano molto spesso a livello della pancia. Nonostante le lamentele frequenti, né la psicologa, né il pediatra, né il medico di famiglia hanno colto questi segnali così evidenti, pur avendo comunicato tra loro e pur trattandosi di sintomi clinici indicativi di livelli di ansia troppo elevati.
2) INSONNIA FREQUENTE A metà del secondo anno di liceo, nei giorni infrasettimanali, comincia a fare più fatica ad addormentarsi; a volte mi lasciava biglietti: “Mamma, non svegliarmi, ho dormito male”. Nei periodi senza scuola, però, si addormentava facilmente.
Un segnale netto di un disagio che la psicologa definiva “irresponsabilità" e menefreghismo. Una volta mi ha addirittura accusata severamente di “sostenere l’irresponsabilità di Santiago”, dopo che ho detto, durante un incontro, che “se mio figlio non sta bene, non lo obbligo ad andare a scuola”.
L’insonnia, nutrita da ansia e da sbalzi d'umore, era il primo fattore responsabile delle assenze scolastiche e Santiago soffriva molto durante questi momenti. La mancanza di entusiasmo e di motivazione verso la scuola erano il secondo motivo, naturalmente peggiorando l’insonnia. Era come se sentisse di dover andare in una specie di prigione il giorno successivo.
3) SENSAZIONE DI ESSERE SBAGLIATO O DI NON ESSERE NEL POSTO GIUSTO
A metà del secondo e del terzo anno di liceo (d'inverno, sempre a fine gennaio) mi disse con chiarezza: “Mamma, devo andare via da qui, ho bisogno di viaggiare.”
Sentiva che quella vita non era la sua e che Lugano le stava troppo stretta. Lo sapeva, ma non aveva la libertà economica per andare via, un problema della maggioranza dei ragazzi: non sono autonomi.
E io cosa potevo fare? Il mio reddito era molto limitato e avevo il processo di divorzio in corso, con costi elevatissimi, processi complessi e tempi lunghi...
Ho contattato subito il liceo ma i scambi linguistici non sono praticamente previsti dal Cantone (solo 2 settimane, all'interno della Svizzera) e hanno rifiutato tutte le nostre richieste di scambio: purtroppo, al centro c’era il programma scolastico, non i bisogni di Santiago. E mandare un diciassettenne a viaggiare da solo interrompendo i studi non è una decisione per niente semplice per un genitore.
La scuola di commercio non era gradita da lui e un apprendistato non fa per un filosofo-antropologo-scrittore… La scuola cantonale d'arte lo avrebbe fatto perdere un'anno per poter accedere e resterebbe limitato ad un percorso in architettura o belle arti, ha preferito di no. Abbiamo provato le scuole Waldorf di Milano e di Lugano ma la prima era al completo e la seconda aveva una classe piccolissima e manifestava problemi di gestione. Durante il terzo anno di liceo abbiamo ancora provato la scuola Waldorf di Firenze ma non era parificata e la burocrazia italiana richiedeva un processo complicatissimo di riconoscimenti ed esami.
Le scuole private locali erano troppo classiste per lui, un'ambiente in cui riteneva di non trovarsi bene a livello sociale, e i costi per me difficili da sostenere. Ci abbiamo provato ma poi ci siamo arresi... Ormai mancava solo un anno e mezzo per la conclusione del liceo... ho creduto che ce la facesse a finire per poi partire in viaggio. Ora capisco meglio quanto abbia sofferto e quanto il cambiamento fosse più urgente di quello che riuscivamo a capire...
4) ASSENZE SCOLASTICHE Iniziate gradualmente nel primo anno di liceo, esplose nel terzo. A metà del primo anno, Santiago inizia improvvisamente a perdere gli autobus per andare a scuola. Questo coincide con una pagina del suo diario in cui racconta di essere stato pubblicamente umiliato da un’insegnante per la sua interpretazione di una poesia. Aveva finito la scuola media con 5.5 su 6 in italiano e la sua identità era molto legata alle sue idee e all'interpretazione personale della vita e delle cose.
In seguito comincia a saltare sempre più spesso le prime ore del mattino: non dormiva, faticava a svegliarsi e aveva perso la motivazione. Ma c’era una sofferenza quotidiana. Mi ha confidato che si sentiva anche punito da alcuni docenti perché mancava spesso le lezioni. Usciva di casa ogni mattina rattristito e in ritardo.
Nell’ultimo anno di liceo, però, stava dando il meglio di sé e mancava un po’ meno; non vedeva l’ora di finire e partire… Purtroppo non sono mai stata chiamata dalla scuola per affrontare questa situazione. E non sapevo che altro fare. Avrei dovuto scrivere alla scuola, anche se lui era ormai maggiorenne, ma sarei stata ben accolta?…
Santiago era molto empatico, intelligente e pieno di interessi e talenti: filosofia, antropologia, sociologia, poesia, politica, scrittura (oltre all'arrampicata e alla cucina creativa). Era pure brillante nel ragionamento logico-matematico e, nonostante a casa non studiasse, non aveva mai perso un'anno.
Avrebbe voluto scrivere, forse studiare comunicazione, diceva "visto che in un sistema scolastico che lavora per il capitalismo non c'è spazio per i filosofi". Per seguire questa strada umanistica le alternative al liceo sono davvero poche.
Aveva una fertilità mentale impressionante e una creatività fuori dal comune, eppure non si sentiva ascoltato, capito ne abbastanza amato.
5) CRITICA AL SISTEMA SCOLASTICO E ALLA SOCIETÀ CONSUMISTICA Non era ribellione vuota. Era visione e lucidità.
Era una persona anti-classista e molto sensibile ai disagi dei più poveri e emarginati. Santiago considerava il sistema scolastico sbagliato, rigido, macchinoso, poco empatico, poco aperto alla creatività e al pensiero critico degli allievi.
Orari mattutini incompatibili con i ritmi circadiani degli adolescenti.
Un metodo esageratamente nozionistico, basato troppo sulla memorizzazione, che lui considerava pressoché inutile e noiosa. Il tutto gli risultava molto deludente.
Insegnanti che sembrano più preoccupati con il programma che con l'essere umano davanti a loro, scrive. A suo avviso, in parole che mi ha confidato, tanti mancavano di entusiasmo e di rispetto per il sentire degli allievi e pretendevano un rispetto imposto, non guadagnato per merito proprio. Per lui la scuola giusta doveva far emergere talenti e idee nuove e un buon docente deve sapere ascoltare e trasmettere entusiasmo per la materia che insegna.
Nelle lezioni di filosofia si doveva fare filosofia, non studiare la storia della filosofia. Cioè, cercare di rispondere alle grandi domande della vita:
Chi siamo?
Cos’è la realtà?
Cos’è il bene e il male?
Come dovremmo vivere?
Era quello che cercava, era quello che portava al mondo, era quello che lo affascinava. Dopo due anni in attesa di avere filosofia come materia, anche quella lo ha deluso...
Voleva una filosofia che non si limita a dare risposte, ma che insegna soprattutto a pensare in modo critico, a mettere in discussione ciò che sembra ovvio e a cercare il senso delle cose, in modo evolutivo.
I voti, invece, misuravano innanzitutto le ore di studio extra-lezioni, e lui si sentiva svantaggiato e sottovalutato, perché a casa praticamente non studiava: aveva voglia e bisogno di fare altro.
Dopo giornate intere a scuola, chiedere ulteriori ore di studio a casa era per lui insensato (quasi disumano per chi è altamente sensibile). Aveva bisogno di tempo per pensare, per esprimere la propria creatività, per riposare, per essere, per parlare e per scrivere. Assorbiva molto dal mondo, da sempre, e necessitava di tempi più lunghi della media per elaborare le esperienze che viveva. Non è debolezza, ma un talento, una virtù, che lo rendeva particolarmente precoce, brillante e visionario, ma anche più bisognoso di respiro, lentezza, attenzione e riconoscimento.
6) ATTACCAMENTO ALLA NATURA
Ha sempre amato la natura, arrampicarsi e gli spazi aperti.
Negli ultimi mesi cercava di salvare tutte le piante che a casa vedeva sofferenti o appassite. Diceva che le piante gli davano vita, mentre la scuola gliela toglieva. Nelle ultime settimane lo faceva in modo sempre più disperato ed ha anche lasciato uno scritto intitolato "L'appassimento".
7) RICHIESTE DI AIUTO Mi chiese aiuto per la tesi di maturità: cinque libri complessi tra Jung e Freud. Un tema difficilissimo, piuttosto da tesi di laurea. Lo ha scelto con ingenuità, credendo che avrebbe potuto scrivere i suoi pensieri.
Io, sopraffatta, reagii con ansia e impotenza. In passato avevo sempre fatto di tutto per aiutarlo, ma quello era il periodo più stressante della mia vita, segnato da forti pressioni dovute agli sbalorditivi costi legali del processo di divorzio e da un’attesa angosciante delle decisioni giudiziarie. E lui si chiuse.
Chiese poi aiuto a un’insegnante, ma non bastò. Non riusciva a leggere quei libri…
Doveva reggere tutto: lezioni, verifiche, compiti, patente auto, una paghetta che non gli permetteva di risparmiare, le attività che amava (radio, teatro, scout, arrampicata, chitarra, comitato studenti, vita sociale…), e una tesi enorme, gigante. Troppo, per un ragazzo sensibilissimo e già provato dall’ansia e dall'insonnia.
35 ore di lezioni settimanali obbligatorie, a cui si aggiungono 9-12 ore di compiti e studio a casa: un carico complessivo che supera il limite che lo Stato considera il massimo legale per un impiegato, in un periodo della vita che è biograficamente difficile, a volte stravolgente, e in cui le esperienze di vita extra-scolastiche e la socialità sono tanto importanti.
8) SEGNALI AGLI AMICI
Aveva detto ad alcuni amici che non stava bene, che era un periodo difficile, ad uno ha addirittura detto che non aveva voglia di continuare a vivere.
Ma cosa possono fare i ragazzi? In questi casi, consiglio che avvisino i genitori con urgenza, con un biglietto anonimo chiedendo massima riservatezza. Meglio rischiare di perdere un amico che rischiare che l’amico si perda… 9) CURIOSITÀ E INTERESSE PER SOSTANZE Santiago manifestava interesse per sostanze naturali, in particolare per il CBD, che utilizzava con regolarità come ansiolitico, e per altre sostanze enteogene quali la psilocibina e l’ayahuasca.
La sperimentazione di tali sostanze non rappresenta però, a mio avviso, un fattore causale del suo disagio, bensì piuttosto un indicatore dello stesso: un tentativo di autoregolazione e di ricerca di sollievo rispetto a una condizione percepita come eccessivamente pesante e gravosa.
Tale interesse si inseriva inoltre in una più ampia attrazione verso culture indigene, percepite come maggiormente connesse alla natura e a modelli di vita più essenziali, all’interno delle quali l’uso di queste sostanze avviene in contesti spirituali ritualizzati.
Abbiamo affrontato più volte il tema. Santiago aveva approfondito l’argomento attraverso letture e mostrava una buona consapevolezza dei potenziali rischi, in particolare rispetto all’assunzione al di fuori di contesti ritualizzati, o in presenza di vulnerabilità psicologica.
Per quanto di mia osservazione diretta, non l’ho mai visto in stato alterato. Ritengo che stesse facendo un uso relativamente sporadico e controllato della cannabis, assieme a tanti altri amici, mentre evitava l’alcol, da lui considerato una delle sostanze più dannose. Era vegetariano e aveva grande cura della propria salute.
10) IL PERCORSO DI PSICOTERAPIA
È stato lui a chiedermi di frequentare uno psicologo, alla fine del secondo anno di liceo. Una amica gli aveva detto che la stava aiutando. Lui provava di tutto per stare meglio.
Cercando in rete, abbiamo trovato assieme una professionista di "psicoterapia rivolta ad adolescenti". Ci andava volentieri: finalmente qualcuno, oltre alla mamma, lo ascoltava. Ma nei suoi diari scrive: “Alla fine non si fa altro che parlare.”
Aveva bisogno di qualcosa che andasse oltre il corpo mentale: tecniche di rilascio e di espressione emotiva, massaggi decontratturanti, qualche giorno di digiuno, esami presso la clinica del sonno, empatia. Invece solo parole e pressione per fare di più ed essere più responsabile.
Santiago ha sempre permesso che noi genitori parlassimo con la psicologa. Anzi, era proprio contento quando ci andavamo, come se sperasse che, attraverso di lei, lo potessimo capire meglio. Per me, però, gli incontri con lei erano sempre piuttosto deludenti. Non ha mai compreso fino in fondo il suo disagio, non ci ha mai messo d’allerta ad un eventuale peggioramento e come comportarci, e non ha mai detto nulla riguardo al tratto dell’alta sensibilità: è possibile che lo ignorasse?...
Dodici giorni prima della sua morte (ultima seduta) Santiago disse alla psicologa che l’insonnia stava peggiorando (lei lo ha ammesso dopo), e che la tesi era un tema angosciante che non stava andando avanti.
Gli fu da lei proposto lo psichiatra per farsi prescrivere dei psicofarmaci. Ma si sapeva che lui non gli voleva, che non amava le droghe sintetizzate chimicamente: “Non sono io ad essere malato, è il sistema” - mi aveva detto in passato.
Serviva alleggerirlo. Fermarlo. Riconoscere il troppo peso. Dargli tempo e respiro.
Era teoricamente possibile, bastava chiedere ad uno psichiatra una giustificazione di assenza a scuola per qualche settimana, ma noi genitori non siamo stati informati del peggioramento dell'insonnia. Per la psicologa, conformarlo al sistema era più importante che sollevarlo dal peso eccessivo in modo umano e sensibile.
L’ansia alimenta l’insonnia, l’insonnia alimenta ansia e depressione. Chiunque non dorma bene per un po' inizia a stare male, sopratutto mentalmente.
Santiago era sensibile, pacifico, sognatore e visionario. Voleva cambiare il mondo, come dovrebbero volere tutti i giovani. Sapeva che stile di vita voleva e quello che non voleva. Ha resistito al liceo soprattutto grazie a un sogno: un anno sabbatico in America Latina. Una vita semplice, lavorando in cambio di vitto e alloggio.
Era molto determinato. Stava progettando il viaggio, facendo conti, scegliendo i luoghi dove andare. Un po’ da hippie, con lo zaino in spalla. Lo fanno tanti giovani. E fa molto bene. Viaggiare come esperienza di vita dovrebbe essere sostenuto dal sistema, non boicottato. Una forma di crescita personale, culturale e sociale, per ampliare gli orizzonti e maturare.
Due mesi prima, però, la psicologa ci disse che voleva cercare di convincerlo a non fare il viaggio, che l’idea era troppo pericolosa. Diceva che forse non sarebbe tornato. Tremai quando ci comunicò la sua intenzione, ma era un po' aggressiva e prepotente e zittì, mi senti sola.
E' vero che la sua idea era un po' pericolosa, o spensierata, e credo che forse non sarebbe tornato perché avrebbe trovato li la sua "tribù", forse il suo progetto di vita, ma non possiamo distruggere sogni per paura, piuttosto dobbiamo cercare di aiutare a ridurre la pericolosità, preparandoli meglio per le situazione che potrebbero capitare, il che stavo cercando di fare.
Io ho fatto poco per sostenerlo, credendo di avere del tempo, alla fine mancavano ancora parecchi mesi per un'eventuale partenza. La psicologa è riuscita a convincerlo. Io peccai per passività. E mi pento di non aver raccontato a Santiago di questo suo piano di dissuasione che a me non andava.
Non so che argomenti abbia usato - non sapremo mai cosa si dicevano esattamente nelle sedute - ma dopo 3 incontri con lei il sogno di Santiago è crollato. Solo dodici giorni prima di quella tragica sera, dopo l’ultima seduta, tornò a casa dicendo “Bisogna arrendersi”… Da li rinunciò all’anno sabbatico e io sono stata troppo passiva... Scelse l’università, ciò che “il mondo si aspettava”. Ma non era la sua scelta.
E con il crollo del sogno sono crollate le sue ultime forze. Era già sotto immensa pressione per la tesi di maturità e triste perché faticava a risparmiare.
Io aspettavo ansiosamente, ormai da vari mesi, la decisione del giudice, per avere la situazione economica più chiara e poterlo aiutare di più. Invece di aiuto e sostegno, Santiago ha ricevuto scoraggiamento e boicottaggio del suo sogno.
L’insonnia è peggiorata e anche l'ansia. Restare qui al liceo ancora un’anno era un incubo. Non vedeva l'ora di andarsene. È caduto in un buco. Dopo gli sforzi immensi e tutto quello che aveva sofferto negli ultimi anni, quello scoraggiamento lo viveva anche come mancanza di amore, giustizia e rispetto.
La mancanza di sonno prolungata ha degli effetti terribili. È persino usata come metodo di tortura. Distrugge le forze fisiche e animiche, sregola la serotonina e l'equilibrio mentale.
Iniziò velocemente a spegnersi e ad entrare in un ciclo di negatività. In 11-12 giorni. Ricordo alcune frasi insensate come “intanto poi non troverò lavoro questa estate”, mentre era un ragazzo pieno di talenti e interessi e avrebbe trovato sicuramente da fare. Non stava bene, ma è stato troppo veloce per permettermi di capire senza un allerta medico.
Una crisi acuta all’interno di un periodo di vari anni di ansia cronica, nel quale l’idea di togliersi la vita gli aveva già fatto visita. Come se fosse più facile finire la propria esistenza che caricare il peso di una vita che non era la sua, in una società che vedeva come malata, stressata e consumistica; giornate intere chiuse nelle aule, piene di giudizi, rimproveri, obblighi decretati dagli adulti.
Le volte precedenti aveva trovato le forze per uscire dal buco, chissà come; cercava aiuti nel suo profondo, nel amore che aveva dentro, e in rete (letture, brani musicali); era sempre pronto ad incoraggiare gli altri. Ma ora lo scoraggiamento era troppo forte per la sua sensibilità e per il peso che aveva addosso.
L’ultima sera prima della decisione ha ancora cercato aiuto. Io ero la sua ultima roccia di sostegno e l'ho sempre aiutato nei momenti difficili. Quando sono andata in camera sua, al rientro da scuola, lo trovai sdraiato sul letto e gli chiesi “come stai?”. Si sedette subito, si mise le mani sul viso e mi disse: “Mamma, oggi a scuola…”.
Era un esaurimento nervoso che non ero preparata a riconoscere. Nemmeno lui. Ho saputo dopo che, durante una lunga verifica di italiano quella mattina, aveva detto alla compagna: “Non riesco a pensare…”. Lo avrei portato in ospedale se avessi capito. Credo lui nemmeno sapesse che gli ospedali hanno le urgenze per casi urgenti. Se avesse detto: “Mamma, non ce la faccio più” o “Mamma, ho bisogno di aiuto…”, probabilmente tutto sarebbe stato diverso.
Ma quella settimana ero sovraccarica di lavoro e avevo ancora da fare quella sera. Sospirai, mi girai e uscii dalla sua camera per finire i miei doveri lavorativi. Quando tornai, verso le dieci di sera, era ormai troppo tardi. La luce era spenta, stranamente. Pensai che fosse stanco. Feci un passo in dietro e chiusi la porta. Ormai però aveva preso la decisione che non avrei mai potuto immaginare fosse possibile.
Quello era stato il suo ultimo grido di aiuto. Un grido pressoché silenzioso di un’anima esaurita. Il giorno dopo malapena ci incrociamo. Quel venerdì ho lavorato e dovevo partire per due giorni per facilitare un ritiro.
Le ultime cose che fece prima della mia partenza furono cucire i pantaloni della sorella, che aveva rotto, e chiedermi se potessi lavarli. Mi chiese anche come avrei fatto con i gatti nei due giorni in cui sarei stata via e mi aiutò a caricare l’auto. Quella sera non aveva il coraggio di guardarmi negli occhi. Ci siamo salutati un po’ in fretta, con un semplice “ciao”: avrei dovuto rivederlo due giorni dopo. Era pallido e sembrava stanco; ho pensato che avesse solo bisogno di dormire.
Il giorno successivo è stato il primo del resto della mia vita. Santiago mi ha regalato il giorno più bello e quello più brutto della mia esistenza. Non l’ha fatto per farmi soffrire, ma perché non ce la faceva più a sostenere quel livello di dolore, non vedeva via d'uscita, anche se la via d'uscita c'è sempre.
Mea culpa? No... L'universo è infinitamente più immenso di quello che potremo mai afferrare.
La vita è fatta di tante dinamiche, e così lo è anche il suicidio. Ognuno ha messo qualcosa di suo, in modo attivo o passivo, e tutti noi dobbiamo fare qualcosa per cambiare. Si pecca anche per omissione.
Dobbiamo imparare a guardare gli altri con genuino affetto, come fratelli, essere disponibili a donare un sorriso e a stendere una mano, con autenticità. Dobbiamo sviluppare empatia lavorando sulle nostre proprie emozioni, osservandole e integrandole con compassione, per poter capire che siamo tutti diversamente simili, vulnerabili e ignoranti.
Io scelgo di trasformarmi, di crescere e di correre verso la libertà di seguire la mia strada, di spogliarmi nuda, di sentirmi sempre nel posto giusto, proprio come lui mi ha consigliato nella sua lettera di addio, cercando di adempiere al meglio alla mia missione in questa vita.
Ogni suicidio è un fallimento della società ed è responsabilità di tutti. I giovani sono il futuro: lo portano dentro di sé. Sono ancora ingenui e meritano il nostro massimo rispetto.
Nessun giovane dovrebbe mai arrivare ad arrendersi ai propri sogni, e tutti hanno il diritto che le proprie caratteristiche siano tutelate. Nessuno dovrebbe essere schiacciato dal modo in cui gli adulti vivono o vedono il mondo.
Sento spesso dire che gli adolescenti di oggi non hanno sogni. Ma siamo davvero sicuri di non essere proprio noi, come società — direttamente o indirettamente — a impedirgli di sognare o a spegnere i loro sogni quando li hanno?
In una umanità che si basa naturalmente sulla diversità, non stiamo forse alimentando, in nome della paura e della produttività, un sistema meccanico e automatizzato che omologa, comprime e finisce per soffocare proprio ciò che nei giovani è più vivo e autentico?...
Susana, aprile 2026
Collabora con noi per ridurre il disagio giovanile e il disagio umano in generale: www.associazionedacuoreacuore.org
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Tratto dallo studio Alta sensibilità e Ambiente Educativo (HSP):
Le persone altamente sensibili presentano livelli elevati di un tratto chiamato Sensory Processing Sensitivity. Questa sensibilità riflette differenze neurobiologiche del sistema nervoso centrale. Grazie a una maggiore percezione degli stimoli sensoriali, emotivi e sociali, tendono a essere più attente a ciò che accade dentro e fuori di loro, cogliendo aspetti che ad altri sfuggono. Questo può portare a una maggiore reattività emotiva, che può interferire con la vita quotidiana.
Sono bambini con un’elevata empatia: si preoccupano per gli altri, comprendono le emozioni altrui e mostrano comportamenti altruistici e pro-sociali, contribuendo a un clima inclusivo. Allo stesso tempo, possono sentirsi a disagio nei conflitti e faticare in ambienti affollati o molto stimolanti.
L’alta sensibilità permette loro di vivere il mondo in modo più intenso e profondo. Provano facilmente entusiasmo, meraviglia e gioia anche per le piccole cose, e riescono a trasmettere positività agli altri.
La loro attenzione ai dettagli e la profondità di riflessione li aiutano a comprendere meglio ciò che li circonda. Hanno spesso una buona visione d’insieme, una maggiore consapevolezza di sé e tendono a soffermarsi più a lungo sulle domande e sulle esperienze.
Le ricerche mostrano però che questo tratto comporta anche una maggiore vulnerabilità all’ambiente: ciò che vivono ha un impatto più forte su di loro, nel bene e nel male. La loro sensibilità può amplificare difficoltà, stress o traumi. Il sistema nervoso si attiva più rapidamente, la soglia agli stimoli è più bassa e l’elaborazione delle informazioni è più profonda: tutto questo può portare a un maggiore affaticamento e alla sensazione di sentirsi sopraffatti in situazioni intense o prolungate.




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